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Commentare Giovenale nel Medio Evo e poco dopo

Sozomeno da Pistoia (1387-1458)


Un percorso tra testi, scritture e libri di un umanista


Commentare Giovenale nel Medio Evo e poco dopo

 

Sozomeno scrisse un Commento alle Satire latine di Giovenale (il Commentum in Iuvenalis Satiras), che è conservato nel manoscritto autografo Forteguerriano A.35 databile agli anni trenta del Quattrocento. Giovenale (ca. 55-130 d. C.) scrisse le Satire descrivendo la vita di Roma con toni durissimi:

 

Ma chi può sopportare una città tanto perversa? Bisognerebbe essere di ferro per trattenersi, quando arriva la nuova lettiga dell'avvocato Matone, che la riempie tutta, seguito da un tale che ha tradito l'amico più caro ed è pronto a rapinare ciò che resta della nobiltà rovinata, un tale di cui ha paura anche Massa e che Caro liscia con regali; un tale a cui il pauroso Latino mette sotto la sua Timele; quando ti si parano davanti quelli che si guadagnano eredità durante le notti e quelli che la vescica di una vecchia beata porta al settimo cielo (Sat. I, 30-39).

 

In latino il testo originale è il seguente:

 

                                       Nam quis iniquae

tam patiens urbis, tam ferreus, ut teneat se,

causidici nova cum veniat lectica Mathonis

plena ipso, post hunc magni delator amici

et cito rapturus de nobilitate comesa

quod superest, quem Massa timet, quem munere palpat

Carus et trepido Thymele summissa Latino?

Cum te summoveant qui testamenta merentur

noctibus, in caelum quos evehit optima summi

nunc via processus, vetulae vesica beatae?

 

L'inizio della II satira, «Ultra Sauromatas fugere hinc libet...», è divenuto addirittura proverbiale, anche nella Firenze del primo Quattrocento (per esempio nelle lettere di Coluccio Salutati, il famoso cancelliere della Repubblica Fiorentina), per esprimere il desiderio di fuggire dalla civiltà e in particolare dai cattivi poeti. Scrisse infatti Giovenale:

 

Si ha voglia di fuggire oltre le terre dei Sarmati e oltre l'Oceano glaciale tutte le volte che osano parlare di morale quelli che si fingono dei Curi e vivono in un continuo Baccanale! Ignoranti, prima di tutto, anche se hanno la casa piena di gessi di Crisippo... (Sat. II, 1-4)

 

In latino il testo originale è il seguente:

 

Ultra Sauromatas fugere hinc libet et glacialem

Oceanum, quotiens aliquid de moribus audent

qui Curios simulant et Bacchanalia vivunt.  

Indocti primum, quamquam plena omnia gypso

Chrysippi invenias...

 

Come tutti i testi classici anche le Satire ci sono giunte solo attraverso i manoscritti medievali, nei quali quasi sempre il testo poetico si trova al centro della pagina e le glosse (ossia le interpretazioni) sono tracciate in scritture di modulo anche molto ridotto sui margini, come si può vedere nell'immagine posta qui di seguito, che riproduce le pagine di codice del sec. XII posseduto dallo stesso Sozomeno, il ms. Pistoia, Biblioteca Forteguerriana, A.36.  

 

 

Pistoia, Biblioteca Forteguerriana, ms. A. 36, ff. 2-3r

 

Ma perché così tante annotazioni?

 

Il testo di Giovenale è sempre stato difficile da comprendere sia per ragioni sintattiche e stilistiche, sia perché fa riferimento a episodi e a personaggi che noi non possiamo conoscere. Vi sono citati poeti da pochi soldi, avvocati effeminati, parassiti che circolavano nelle case dei patrizi romani, politici incapaci, donne di malaffare che anche per noi oggi è impossibile identificare. I lettori medievali erano letteralmente spiazzati da quest'opera. Per questo le glosse disposte sui margini erano necessarie, come le moderne note a piè di pagina, anche se molte di esse presentano interpretazioni che oggi sappiamo essere errate.

 

Gli Umanisti del Quattrocento non produssero subito apparati esegetici alle Satire. Nonostante esse rientrassero nel curriculum degli studi scolastici, non si conoscono testi dedicati a esse risalenti all'inizio del secolo. Per quanto riguarda l'ambiente toscano sappiamo però che Francesco Filelfo nel 1429 tenne un corso su Giovenale all'Università di Firenze e nel 1434 lo ripetè a Siena. Proprio a quegli anni risale anche il Commento composto da Sozomeno, mentre probabilmente più tardo è quello elaborato a Ferrara da Guarino Veronese, che ci è stato conservato dagli appunti dei suoi allievi, e che dovrebbe essere stato scritto dopo il 1444.

 

Il Commento di Sozomeno è dunque uno dei primi tentativi umanistici di comprendere le Satire in maniera sistematica. Si tratta di un commento continuo, ossia non è disposto in forma di glosse sui margine delle Satire, ma costiruisce un testo in prosa a sé stante e occupa quasi 300 pagine, nel ms. Pistoia, Biblioteca Forteguerriana, A.35. Come si può vedere il testo di Giovenale è citato solo per brevi estratti, che si trovano sottolineati, ai quali segue la spiegazione, sempre in lingua latina, apprestata da Sozomeno:

 

 

Pistoia, Biblioteca Forteguerriana, ms. A.35, ff. 120v-121r

  

Per interpretare i versi Sozomeno utilizzò come fonti molte delle glosse che aveva letto nei codici medievali. Ma non solo. Per spiegare alcune parole difficili Sozomeno trascrisse anche dei brani del vocabolario latino medievale intitolato Papia, del Commentum in Vergilium di Servio e di molti altri lessici e grammatici antichi: Nonio Marcello, Pompeo Festo, Aulo Gellio. Infine cercò di identificare i personaggi e gli imperatori citati nelle Satire utilizzando gli storici latini, soprattutto Svetonio, Valerio Massimo e Livio:

 

 

Pistoia, Biblioteca Forteguerriana, ms. A.35, f.6r

 

In questo modo Sozomeno riuscì a spiegare correttamente un certo numero di versi di Giovenale che fino a quel momento non erano stati compresi oppure erano stati interpretati in maniera scorretta, facendo dei passi avanti notevoli nell'esegesi del poeta satirico. Questi risultati gli vennero riconosciuti? Sorprendentemente questo lavoro così ampio e approfondito non è citato da nessun altro commentatore Quattrocentesco di Giovenale. Sozomeno nello stendere il proprio testamento pensò più al valore e quindi alla salvaguardia della propria collezione che alla diffusione dei risultati ottenuti nel proprio studio. Il manoscritto autografo, rimasto a Pistoia, ebbe un solo discendente, identificato recentissimamente all'interno del presente progetto di ricerca. Ma per il resto l'opera esegetica di Sozomeno, così sistematica e accurata, rimase lettera morta, senza potere influenzare né favorire il lavoro degli Umanisti successivi.

 
 Autore della pagina: Giliola Barbero




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Copyright 2009 Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia. Pagina creata il 11 Novembre 2015, ultima modifica il 27 Gennaio 2011