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Il quaderno di scuola di Zomino

Sozomeno da Pistoia (1387-1458)


Un percorso tra testi, scritture e libri di un umanista


Il quaderno di scuola di Zomino

 

 

Il quaderno di scuola di Sozomeno da Pistoia, conservato alla Biblioteca Forteguerriana, è un manoscritto di misure medie, alto circa 22 cm e largo 14, come molti manuali scolastici dei nostri giorni. Zomino (il nome di battesimo di Sozomeno) terminò di scriverlo nel giugno del 1402, all'età di 15 anni, mentre frequentava la scuola di grammatica latina del maestro Antonio di ser Salvi, originario di San Gimignano. La scrittura del giovane studente è abbastanza incerta e irregolare, soprattutto all'inizio, e ricalca pur in maniera faticosa e stilisticamente sgraziata la scrittura di epoca gotica, la cosiddetta littera textualis. Evidentemente quello che poi divenne il più importante umanista pistoiese stava muovendo i primi passi nel mondo degli studi e in particolare nella lettura e nella comprensione del latino.

 

Per imparare a utilizzare il latino egli, come tutti gli studenti della sua epoca, anziché partire da regole teoriche, iniziò leggendo e cercando di comprendere sotto la guida dell'insegnante delle operette molto facili, che spesso contenevano insegnamenti morali spiccioli, riduzioni di episodi biblici, storie di animali e così via.

 

Vediamone alcuni stralci, trascritti da questo quaderno:

 

Figlio carissimo, ora ti insegnerò come educare il tuo animo. Tu quindi fai l'esercizio di leggere i miei insegnamenti con l'intento di comprenderli, perché leggere e non comprendere corrisponderebbe a trascurarli.
Dunque ricordati: prega Dio, ama i genitori; rispetta i parenti; conserva ciò che ti viene dato; evita le piazze; passeggia con persone buone; prima di esservi chiamato non accedere a un'assemblea; sii pulito; saluta gentilmente; ama il coniuge; cedi il passo a chi ha più autorità; mantieni il giuramento ....

 
In latino il testo originale è il seguente:

 

 

Pistoia, Biblioteca Forteguerriana, ms. A.33, f. 1r  

 

Nunc o fili karissime docebo te quo pacto componas mores tui animi. Igitur precepta mea ita legito ut intelligas: legere enim et non intelligere est negricere. Itaque suplica te Deo. Ama parentes. Cole cogniatos. Datum serva.Foro pare. Cum boni ambula. Ante quam voceris ne acceseris a consilium. Mundus esto. Saluta libenter. Ama coniugem. Cede locum maiori. Serva iusurandum.

 

Questi insegnamenti diffusi in tutto il Medioevo fanno parte di un testo intitolato Disticha Catonis, perché si immaginava che fosse stato dettaoi da Catone il Censore, famosissimo esempio di moralità vissuto nell'antica Roma.

 
Tra le storie bibliche che Sozomeno copiò nel suo quaderno si trovano poi dei versi che riassumono la storia narrata nei libri della Bibbia, i Tituli historiarum  di Prudenzio (vissuto dal 348 al 413 d. C.). In quest'opera si legge per esempio il riassunto dell'inizio del libro della Genesi in questa forma:
 
Eva all'inizio fu una colomba candida, poi, divenuta nera,
con il veleno del serpente e con l'inganno da cattivo consigliere
tinse delle macchie della vergogna anche Adamo, che era innocente,
Il dragone vittorioso porge loro, che sono nudi, vesti di foglia di fico.
 
In latino il testo originale è il seguente:

 

 

Pistoia, Biblioteca Forteguerriana, ms. A. 33, f. 6r

Eva columba fuit tunc candida, nigra deinde
facta per anguinum malesuada fraude venenum
tinxit et innocuum maculis sordentibus Adam:
dat nudis ficulna draco mox tegminavictor

 

Questo secondo testo compare nel manoscritto al foglio numerato 6, dove Sozomeno prese alcuni appunti: sopra a tunc (che ) scrisse «id est ante peccatum» (cioè prima del peccato), sopra a deinde scrisse «id est postea» (cioè dopo), e così via. Sul margine invece ricopiò il testo disponendo le parole nell'ordine tipico della lingua italiana: soggetto (Eva), predicato (fuit candida columba) e complementi, per comprendere meglio il senso del testo.

 

Nello stesso quaderno poi si trovano anche dei versi dedicati al galateo, che meritano di essere riportati per intero:

 

Iniziano i costumi più nobili della tavola, che tutti vorrebbero descrivere attentamente.

Metti i piedi della tavola, la tovaglia, i vetri, il sale, quindi si portino i coltelli, le sedie e infine metti il pane. Sopra al tavolo un servo attento dia dapprima i bicchieri, poi se li hai metti l'uva e i fichi. Inizia a servire, e a sparecchiare, dal primo; inizia dall'ultimo solo a raccogliere le ultime cose. Chi prepara disponga i piatti ordinatamente e in modo festoso. Lava, pulisci le mani prima di metterti a tavola, benedici Dio, pentiti seriamente. Quando sei a tavola, pensa al povero; infatti quando gli dai da mangiare, dai da mangiare a Dio. Chi ritardando non considera l'ora del pranzo, o pranzerà male o resterà senza sedia. Chi tiene sul tavolo il gomito o le braccia distese, non è educato, se è sano. Se i presenti sono più degli assenti, i presenti non aspetteranno, anzi ceneranno. A tavola tieniti diritto e guarda in basso, per non comportarti lì in maniera disonesta. Quando il cibo è pronto, parla poco, loda poco e taci le cose spiacevoli. Non sbuffare, in modo che la lingua non sia trattenuta, non ungerti stando a tavola o servendo o quando tocchi il cibo con le mani. Chi vuole bere, prima deve svuotare la bocca e prima pulirsi le labbra.

 
In latino il testo originale (non sempre chiaro) è il seguente:

 

 

 

Pistoia, Biblioteca Forteguerriana, ms. A. 33, f. 20v

Incipiunt mores de mensa nobiliores
Quos velit atente quisquis describere mente.
Mense pone pedes, gausape, vitria, salem
Inde ferunt gladios, sedes, post ponito panem.

Desuper atintus famulus det pocula primo,
Uvas et ficus si sunt tibi pone secundo.
Incipe cunta dare data tollere quoque priori
Ultima colligere tantum incipe posteriori

Fercula limantim det positor et feriatim
? Fercula post viam locot incisoria sala ?
Ablue, tergie manus in primis disturbiturus
Inde Beum bene dic, seriatim te peniturus

Cum stas in mensa, primo de paupere pensa.
Nam cum pascis eum, pascis amice deum.
Qui faciendo moram, prandii denigliget oram.
Aut male plandebit aut sede carebit.
Qui tenit in mensa cubitum vel brachia tensa.
Non est urbanus, si sis de corpore sanus.
Si sunt presentes, plures quam deficientes
Non aspectabunt, presentes imo cenabunt.
Ad mensam rectus maneas et respice petus.
Ut non sit tibi, res inonesta ibi.
Cum cibus est prestus, fac sis sermone modestus.
Et stas laudando parcie vel damna taciendo.
Non insufletur, anbo ne lingua tenetur.

Nunquam te ungas discunbens sive ministrans.

Aut epulas tractas manibus ne ungas.

Qui vult potare prius debet hos vacuare.

sit tibi tantum illius labia tersa prius

  

 

Oltre a questi testi, che servivano per imparare a leggere e a capire il latino, nel codice sono trascritti anche degli esercizi veri e propri, brevi traduzioni dal volgare al latino e degli inni religiosi.
 

I testi raccolti nel quaderno del giovane Zomino non hanno un valore letterario vero e proprio - è evidente - ma il codice nel suo insieme ci permette di capire cosa e come abbia studiato Sozomeno quando era un ragazzo. Ovviamente dopo il 1402, frequentando maestri ben più eruditi di Antonio di ser Salvi da San Gimignano, nella città di Firenze studiò il latino leggendo opere molto più difficili e più interessanti: Virgilio, Terenzio, Giovenale e Persio tra i poeti, e in prosa l'opera di Cicerone, solo per fare qualche esempio. Ma qui, nel quaderno, emerge il punto di partenza, che fa capire a quale livello il sacerdote avrebbe potuto fermarsi, e quanta altra strada egli invece decise di percorrere con i propri, approfonditi studi. 

 

Su questo quaderno aleggia poi un piccolo mistero che da tempo fa sorridere gli studiosi e sul quale si è discusso spesso, anche divertendosi, all'interno del progetto. Nel codice, che non presenta l'antica segnatura di Sozomeno e non è preso in considerazione nell'inventario della sua biblioteca, ai ff. 1r, 6r, 10r e 14v si trovano dei disegni comunemente attribuiti a Sozomeno stesso. Ma, mentre alle prime tre di queste pagine la decorazione aggiunta a penna, senza colori, rappresenta animali, persone, tralci vegetali e anche un angelo, al foglio 14v, in corrispondenza di un'operetta intitolata Physiologus, i disegni che incorniciano il testo assumono improvvisamente una notevole volgarità.

 

Pistoia, Biblioteca Forteguerriana, ms. A. 33, f. 14v

   

 

Pistoia, Biblioteca Forteguerriana, ms. A. 33, f. 14v

A ciò si aggiunga che di fianco alle figure umane che vi sono rappresentate si leggono dei nomi propri, per esempio uno dei due personaggi che si trovano in basso sulla destra è nominato «M. Arighetto», il che indica che la caricatura e lo scherzo dovevano riferirsi a un qualche contesto preciso.

 

Tutto questo non può che incuriosirci: dobbiamo interpretare questa come espressione normale del consueto carattere salace toscano e quindi possiamo immaginare un giovane Zomino che osava sfidare le regole del buon comportamento? Uno Zomino che sarebbe stato così scavezzacollo da pasticciare il proprio quaderno di scuola con un disegno, per il quale oggi un insegnante non esiterebbe - molto probabilmente - a chiamare in campo genitori e psicologi? Oppure possiamo ipotizzare che la cornice sia stata aggiunta da qualche compagno dispettoso, per mettere nei pasticci l'allievo che risultava più studioso di tutti?

 

Una risposta certa a queste curiosità oggi non si può dare, ma sicuramente da un disegno come questo si può dedurre un'immagine assai burlesca della gioventù pistoiese con la quale crebbe Sozomeno e con la quale egli bene o male dovette poi misurarsi tutta la vita.

 

La descrizione del ms. Pistoia, Biblioteca Forteguerriana, A.33 si trova nella sezione Biblioteca di questo stesso sito.
 
 Autore della pagina: Giliola Barbero




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